Liceo Statale "Augusto Monti"

Scientifico - Classico - Linguistico
Chieri

Memorie del Liceo Balbo

In questa pagina raccogliamo materiali, memorie e racconti di allievi e studenti del Liceo Classico di Chieri. Uno sguardo dal passato verso il futuro.


Il fuoco: un insegnante meridionale al nord

di Carlo Cresto-Dina, marzo 2016

 

Carlo Cresto-Dina vive a Londra. In Italia ha creato e dirige la casa di produzione Tempesta, con cui ha prodotto i film di Alice Rohrwacher, Leonardo Di Costanzo e altri lavori di giovani autori italiani e inglesi. Ha realizzato tra l’altro Io credo che lassù , un videogioco partecipativo che ha coinvolto decine di migliaia di giovani donne italiane nella scrittura di una serie TV per Rai Fiction.

 

Franco Fortugno era piccolo, spesso mal rasato, vestito sempre di giacca e cravatta, nei suoi due completi uno marrone, l’altro grigio, sempre puliti ma non più proprio nuovissimi.

Entrava a passi distesi, la testa bassa, i suoi libri in mano. Gettava di lato uno sguardo completo sulla classe. Si metteva in piedi accanto alla cattedra e spiegava. Senza appunti, senza schemi alla lavagna e "supporti didattici”. Alla fine diceva che cosa studiare per la prossima lezione, usciva con lo stesso passo e salutava “Arrivederci”. Ma aveva lasciato il fuoco.

Alcuni di noi ancora oggi, sparsi per il mondo coi nostri mestieri, potrebbero ripetere parola per parola, le frasi di una delle sue prime lezioni, su Socrate e Brecht, sulla filosofia del dialogo … “nessuno può insegnare se non convince, nessuno ha autorità se non dialoga”. Avevamo 16 anni, e Fortugno ci stava dicendo “filosofia è cercare, senza sosta cercare ciò che in ognuno di voi è unico, filosofia è inquietudine, quella cosa che sentite dentro”. Sono cose che si capiscono, a 16 anni, maschi e femmine. Solo che non basta dirle, bisogna dirle bene e dirle bene non vuol dire recitarle a formule efficaci, camuffarle con trucchetti da oratore. Non è powerpoint. Dire bene è fare quello che si dice. Fortugno faticava col pensiero ogni giorno davanti a noi, per noi.

Aveva due occhi piccoli, al fondo di lenti spesse, occhi irrequieti che ti puntavano fermi per un secondo come a comprenderti in un lampo, per poi ricominciare a muoversi intorno, rapidi, cercando le parole.
Aveva conservato, nel suo accurato e immaginifico italiano, l’accento calabrese. E gli piaceva marcarlo quando scherzava, ironia dolce e affilata di uomo meridionale colto e intelligente.

Sapevamo poco di lui. Fine degli anni ’70, inizio ’80: a quei tempi i professori, soprattutto in una piccola città di provincia, erano ancora figure distanti, amati o detestati, ma distanti. Ci si dava rigidamente del “lei” e incontrandosi per strada, fuori dalla scuola, si salutava con un cenno rigido, come un soldato saluta il graduato.

Vale forse la pena chiarire che stiamo parlando di un liceo pubblico, completamente gratuito, il più vicino a casa. Era scontato in famiglia che io, come mio fratello prima e mia sorella dopo, avremmo fatto il liceo, manco da discutere. Ma poi non si sognavano nemmeno di cercare “un buon liceo”. I licei italiani erano buoni, formavano, punto. E formano ancora oggi, meglio che ogni altra scuola superiore in Europa.

Su Fortugno avevamo messo insieme qualche informazione, a pezzi, avidi di sapere, chiedendo a quelli di noi che avevano fratelli più grandi, suoi allievi degli anni passati. Era nato in provincia di Cosenza, si diceva, figlio di un muratore morto nella guerra di Etiopia. Le date a pensarci ora non tornano molto. Non importa. Raccontavano che il maestro del paese avesse notato la sua intelligenza impressionante, ne avesse parlato al farmacista che l’aveva preso in casa, i pomeriggi, per farlo studiare e aveva pagato i suoi primi studi. Dal liceo in poi, fino all’Università, Franco Fortugno aveva studiato grazie a borse di studio, laureato a Messina con una tesi sull’idealismo tedesco, 110, lode e dignità di stampa. Appena dopo la laurea aveva vinto una borsa per studiare ad Heidelberg, primo in graduatoria Franco Fortugno, secondo Gianni Vattimo. Vattimo era il filosofo che tutti conoscevamo, scriveva sui giornali e stava in televisione, brillante ed elegante, uno tra i primi personaggi pubblici italiani a rivelare senza vergogne la propria omosessualità. Si diceva ancora che finita la specializzazione in Germania, Fortugno in attesa di un concorso universitario, avesse avuto incarico dall’editore Laterza di tradurre in italiano l’epistolario di Friedrich Schelling, tre volumi. Che si fosse buttato in un lavoro pazzo, giorno e notte, a mano e poi a macchina, senza mangiare, arrivando a consegnare in sei mesi una traduzione filologicamente impeccabile, ma di difficile lettura. L’editore gli aveva chiesto una revisione completa. Era crollato fisicamente, s’era ammalato, aveva deciso di mollare tutto, s’era iscritto al concorso per insegnare nei licei, l’aveva vinto subito e aveva accettato la prima assegnazione in una piccola città del nord Italia.

Io non so se Fortugno fosse contento di finire a vivere in una insignificante, piccola città piemontese. Credo non se lo sia neanche chiesto. Era un posto di lavoro. E ai suoi tempi un lavoro si prendeva e basta. Comunque venendo a nord aveva conosciuto la donna della sua vita, severa e bella come lui che aveva sposato. Lei insegnava al ginnasio lui al liceo.

Da studente amava correre, la sua distanza erano i cinquemila metri si diceva e un giorno, fatto rarissimo, aveva fermato fuori dall’aula due di noi - non certo i migliori in storia e filosofia - che avevano vinto qualche medaglia in corsa campestre, per complimentarsi. A distanza di trent’anni e oltre sento ancora precisa la fitta di invidia e gelosia per quelle parole in piedi, quei sorrisi e quello scambio tra pari. E non ero solo io: in quattro o cinque andammo subito a chiedere “Che vi ha detto?” e i due orgogliosi (non saranno stati bravissimi in filosofia ma Fortugno era Fortugno … ) “Abbiamo parlato del dolore, di come arriva il dolore quando corri”.

Sì invidia e gelosia. Perché ci sono diverse forme di amore. Si amano donne o uomini, si amano i corpi e si patisce quando non corrisposti, da bambini si amano sconfinatamente i genitori, da ragazzi si morirebbe per gli amici, ma esiste anche nel catalogo degli amori possibili, l’amore per i propri maestri. Amore, non c’è altra parola, totale.

Tanto per chiarirci se ce ne fosse bisogno, niente di omosessuale o omoerotico, niente paidofilia da gymnasium greco. E poi noi amavamo lui, non so se lui amasse noi, nessuno di noi l’hai mai frequentato fuori dalle mura della scuola, impensabile. Ma d’altronde quale paidofilia? Bastavano poche lezioni per conoscerlo un po’, Franco Fortungo, la sua galante, correttissima ma evidente predilezione per le allieve, la malizia arguta delle sue battute, come quando commentando un classico dell’antifemminismo come Paul Julius Moebius rilevava “questo signore sostiene che l’amore per il maschio è superiore in quanto geometrico, rispetto a quello per la donna che è ornato. Sarà … rispetto l’opinione” (qui strascicando la esse e stringendo le vocali al modo calabro) “ma allora devo dirvi che da parte mia preferisco di gran lunga l’ornato, anzi vi dirò di più, il barocco!” ridendosela tra sé e accennando con le mani il gesto curvo che inequivocabilmente disegna un bel corpo femminile. E noi ci rovesciavamo sui banchi dal ridere, guardandoci tra noi ad occhi spalancati, maschi e femmine. Ce le ripetevamo le sue battute. Le sapevamo a memoria. Scherzava spesso Fortugno e spesso i suoi scherzi riguardavano il sesso o l’erotismo. Battute che oggi, credo, nessuno più oserebbe, però sempre dirette, esplicite: non faceva lascive allusioni, parlava di sesso e ci scherzava. Scherzava lui ovviamente, noi non avremmo mai pensato di replicare o completare uno scherzo.

Parlava di sesso sogguardandoci con piacere per capire se noi ragazzini borghesi e “di parrocchia" ci scandalizzassimo o imbarazzassimo. Senza mutare tono, parlando del Calvinismo americano, citando La lettera scarlatta di Hawthorne veniva a parlare della differenza tra cinema pornografico americano ed europeo, dilungandosi in esempi, titoli, nomi di registi. Noi a bocca aperta, fermi, senza più prendere appunti. Girava intorno lo sguardo, le mani nelle tasche della giacca “Certe cose bisogna saperle!!” con accento cosentino un po’ sarcastico “mi state dicendo che non andate a vedere i film porno? Ma questa è cultura …!”

Stranamente però non erano le battute di argomento sessuale che ricordavamo e ripetevamo più spesso. Basta nominare Werner Herbstösser ad uno qualsiasi dei miei compagni o compagne per vederli ancora ridere e ripetere insieme, imitando la parlata meridionale di Fortungo “vorrei permettermi di spezzare una lancia in favore di Werner Herbstösser”. Per capire Herbstösser bisogna spiegare qualcosa di come insegnava Franco Fortugno.
C’erano i due manuali di storia e filosofia che bisognava studiare prima della lezione “adotto sempre il manuale più lontano da me, con cui più mi trovo in disaccordo, così voi lo studiate prima e avete argomenti per litigare con me”. Ma oltre al programma di base organizzava studi su argomenti specifici quali “pauperismo ed eresie medievali”, “siete epicurei, scettici, cinici o stoici?” (grandi discussioni in classe), “la nascita del femminismo e dell’antifemminismo”, “Roger Bacon e la tecnologia” (“sì proprio Bacon come pancetta affumicata” puntualizzava “da non confondere con un’altra pancetta, Francis Pancetta che studieremo il prossimo anno”) oppure “il Risorgimento e la questione meridionale". All’inizio dell’anno Fortugno annunciava gli argomenti di queste ricerche e lasciava la bibliografia, battuta a macchina con un nastro liso. Tutti titoli disponibili nella biblioteca della scuola. Ognuno di noi era invitato a scegliere uno o più saggi da leggere e presentare alla classe. che poi ne discuteva. Non era obbligatorio, ma quasi tutti ci provavano. Era un metodo: ti costringeva a leggere un saggio, a capirlo, riassumerlo e discuterlo, diciamo difenderlo davanti ai tuoi compagni. Qualche volta lui indirizzava le scelte: ad esempio volle che i testi sul femminismo e l’antifemminismo fossero presentati soltanto dalle allieve e spinse perché i testi sulla questione meridionale fossero scelti da chi aveva famiglia del Sud.
Non era tenero: capitava che senza mezze parole dicesse guardando dritto negli occhi “sei sicuro che vuoi scegliere questo titolo? secondo me è un po’ difficile per te”. Se poi il nostro compagno o compagna insisteva, lui diceva “va bene, provaci, io ti aiuto”. La mia prima presentazione davanti alla classe, ricordo benissimo. Il saggio era Roberto Sabatino Lopez La rivoluzione commerciale del medioevo Piccola Biblioteca Einaudi copertina bianca, col quadrato verde. Ci tenevo da morire. Non solo per lui. Avevo cambiato città, ero arrivato in quella classe da poche settimane, non avevo ancora amici. Ero io davanti a tutti. E soprattutto davanti a tutte. Comandavano loro lì dentro. Erano brave e dure le mie compagne, l’avevo capito subito. Studiavano, sapevano. Fumavano. Comincio a presentare, dopo cinque minuti Fortugno mi ferma e mi dice “Non si leggono così i saggi, è inutile a te e ai tuoi compagni.” E in mezz’ora mi insegna come si legge un libro: ad enucleare la tesi - pars destruens e pars costruens - le sottotesi, a scegliere i dati e gli esempi a favore, quelli contrari. Si dice “porsi criticamente di fronte al testo”. Trentacinque anni dopo io i libri li leggo ancora così. Mi dice “Riprova la prossima settimana”. La settimana dopo non mi interrompe più e quando alla fine accenno che non sono del tutto d’accordo con una delle tesi del libro, Fortugno fingendosi sbalordito con il suo più pesante accento calabrese mi dice sonoramente “Interessssaaante … sentiamo come distruggiamo questo Lopez!” e si vedeva che era contento. All’uscita Stefano, bruno alto, quarto di cinque fratelli, mamma maestra padre disoccupato, oggi oncologo con PHD negli USA, che dirige un istituto di ricerca di livello mondiale, mi viene vicino con la bici e dice “facciamo un pezzo di strada insieme”. Siamo ancora amici, si capisce.

Fortugno non interrogava mai. Ma alla fine del quadrimestre i voti erano incontestabili. Otto e nove sempre a Chiara, alta magra, timidissima, che non interveniva mai, riempiva quaderni di appunti microscopici, arrossiva infuocata e si confondeva quando faceva le presentazioni, ma sapeva tutto, assorbiva, elaborava. E’ docente di Filosofia Teoretica all’Università di Torino. Gli otto e i nove a Sergio, che passava tutte le lezioni sdraiato sul banco senza prendere un appunto, a volte quasi addormentato, biondo, occhi chiarissimi, brufoli. Portava un solo quaderno stazzonato per tutte le materie. Gualtiero che ascoltava solo le lezioni di Fortugno e della professoressa di matematica, l’ultimo anno quelle di arte e per il resto leggeva Dostoevskij chinato sotto il banco. E’ diventato magistrato giovanissimo, ha tenuto procure pericolose in sud Italia e oggi è rappresentante del Ministero di Grazia e Giustizia a Bruxelles per l’armonizzazione del processo penale europeo. Paolo prendeva otto e nove (ma d’altronde prendeva i massimi voti in tutte le materie) Paolo a cui tutti volevano bene, senza riserve che fece morire la classe con una relazione in cui sostenne che il Vangelo era il più importante testo epicureo. Valerio prendeva bei voti, famiglia di piccoli imprenditori sfortunati e decaduti “il problema è la catastrofe nucleare, o faccio una professione che avrà senso anche dopo che l’atomica avrà devastato il pianeta e quindi faccio il medico, oppure fingo di ignorare il rischio di una carneficina nucleare e allora vivo per me, allora faccio i soldi”. Ha poi fatto l’ingegnere che mi pare una bella sintesi tra le due ipotesi. Fortugno non dava insufficienze. Un voto so che l’ha sbagliato, ad una allieva quattro anni più giovane di me, che l’adorava e lo capiva, che però era troppo insicura per esprimersi e piacergli. Diede 6 e so che lei ne pianse per giorni.

Herbstösser, dicevamo. L’argomento era appunto la nascita delle eresie, i movimenti pauperistici del basso medievo. La lista dei saggi comprendeva esplicitamente teorie molto diverse, di impostazione diciamo idealistica crociana, cattolica e un classico del marxismo, appunto l’Herbstösser. Ci eravamo appassionati: molti di noi erano credenti praticanti, alcuni molto critici dell’apparato ecclesiastico, il radicalismo evangelico medievale ci piaceva. Quando uno di questi approfondimenti sembrava interessarci davvero, alla fine Fortugno invitava un docente universitario per una lezione/discussione con noi. Sulle eresie invitò un giovane cattedratico di storia medievale Grado Merlo. Costui fu bravissimo, invece di parlare cominciò a chiedere cosa avevamo letto, che ne pensavamo, commentava, suscitava, ci faceva parlare. Interrogava soprattutto le nostre compagne. Infatti Fortugno ci aveva avvisato “ragazze arrivate preparate è un bell’uomo, ma pare che abbia poca fortuna con le donne”. Chissà come lo sapeva. Si vedeva che Merlo (in effetti un bell’uomo) era stupito, ma molto divertito di questa classe animata che litigava su Bloch, Huizinga, catari e francescanesimo. Ci faceva sentire alla sua altezza. E Fortugno in piedi appoggiato ad un termosifone in un angolo seguiva serio ma emanava sorriso. Come un coreografo che vede la sua compagnia danzare e stupire. Se non che, nell’accalorarsi del dibattito il confronto aveva un po’ preso la piega, “hanno ragione i marxisti o hanno ragione i liberali?” e il libro di Herbstösser, che raccoglieva la posizione marxista ufficiale sull’argomento, rischiava di avere la peggio. Non che Grado Merlo prendesse posizione, ma ci forniva argomenti per dare addosso a quelle tesi un po’ troppo schematicamente ortodosse. A quel punto Fortugno si staccò dal suo angolo e grattandosi il mento pronunciò ironico “vorrei permettermi di spezzare una lancia a favore di Werner Herbstösser”. Scoppiamo tutti a ridere senza freno. Perché noi tutti sapevamo benissimo che Fortugno era marxista, ce l’aveva detto il primo giorno e ce lo ricordava spesso “lo dovete sapere, dovete capire da dove vengono le cose che dico, mica vi dovete bere tutto!”. A dirla intera Fortugno era comunista. Era iscritto al partito, andava in sezione, era vicino alla linea di Pietro Ingrao. Quel mattino era deliziato di quanto bravi fossero i suoi allievi a discettare di metodo storico e sovrastruttura, ma non sapeva resistere ad entrare anche lui nella mischia, a menare le mani e a difendere Herbstösser che se le stava prendendo e in più era marxista! Fortugno era marxista ma nessuno può dire di averlo mai visto usare la sua intelligenza e la sua cultura per prevalere ed imporsi. E’ facile per un adulto con il suo carisma e i suoi strumenti intellettuali predicare l’ateismo e fare proseliti insegnando filosofia. Non lo fece mai. E non era il banale “ti rispetto anche se la pensi diversa da me”. Si curava dei suoi allievi credenti, li nutriva, segnalava sempre i testi più interessanti, parlava di Agostino e lo riferiva a Bonhöffer e Barth. Si diceva che alcuni anni prima in una delle sue classi si fossero ritrovati due giovani iscritti all’MSI, fascisti. Facendosi spalla uno con l'altro, fin dalla prima lezione, sapendo che era marxista, avevano cominciato ad interromperlo recitando a sproposito qualche delirio di Julius Evola o altre porcherie. Bisogna sapere che alla fine degli anni 70 essere fascisti era come avere la scabbia, erano reietti. Qualunque altro professore li avrebbe scacciati dal preside. Io la penso ancora un po’ così, ma invece Fortugno ascoltò e disse “Mi pare di capire che vi interessano le idee della destra classica, se volete vi posso aiutare.” E cominciò a passargli dei titoli. Uno dei due finì a fare filosofia. Speriamo che non sia più fascista. Ma Fortugno andava oltre, si metteva in gioco davanti a noi, ammetteva gli incagli e le aporie del pensiero materialista, confessava l’inquietudine e i dubbi. Fece impressione il suo smarrimento citando Dostoevskij e il discorso di Ivan sul dolore dei bambini. Lo vedevi faticare con il pensiero davanti a te, con te. Lui più grande più forte, tu incerto e smarrito, ma stessa fatica, stessa ricerca.

Veniva il momento, studiando con Fortugno, guardandolo ragionare per noi, che sentivi di aver acquisito qualcosa, come succede quando si studia una lingua o si impara uno sport. Ti accorgi di saperti muovere nel modo giusto, gesti e parole vengono fluidi. Veniva il momento un po’ inebriante, quando ti accorgevi di avere degli strumenti per leggere la realtà. Non dei giudizi, delle idee o delle nozioni. Strumenti: guardavi una cosa e sapevi come smontarla. Poi il giudizio sarebbe venuto, magari anche cambiato nel tempo, ma intanto l’avevi decostruita. Prima ti comunicava la meraviglia per la vastità del sapere (Socrate!), mozzandoti il fiato ti mostrava quanto c’era da conoscere. Poi ti dava gli strumenti per entrare ed esplorare. Era il fuoco e se ti prende a 16 anni non si spegne.

Sarà che la pasta di cui siamo fatti è a quell’età ancora morbida, così che impressioni, pressioni e incontri lasciano il segno. E anche una lettura può cambiarti, farti diventare quello che sarai da adulto.

Due libri. Fortugno annuncio che l’approfondimento più importante dell’ultimo anno sarebbe stato “le origini del capitalismo” e forzando la mano assegnò lui i testi. A me diede L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber. Si noti, un testo antipodicamente non marxista. Detta un po’ sbrigativamente: Weber costruisce la sua tesi contestando l’idea marxiana che la struttura determini la sovrastruttura, tagliando con l’accetta sarebbe come dire secondo Marx l’economia determina la cultura, secondo Weber il contrario. Fortugno lo conosceva a memoria, lo ammirava. Me lo assegnò, facendomi capire che era il testo centrale di tutta la ricerca. Leggerlo per lui e con lui fu una goduria della mente, pagina dopo pagina mi persuadevo, o illudevo, che lui l’avesse scelto sapendo quanto mi avrebbe colpito e cambiato. Ricordo persino il colore del pennarello con cui sottolineavo il testo (mi ero comprato il libro, ce l’ho ancora adesso) i segni cifrati con cui isolavo le tesi, gli esempi. L’ultima pagina, la famosa pagina di Weber sulla “gabbia d’acciaio”, volle che la leggessi ad alta voce di fronte a tutta la classe. C’era silenzio.

L’altro libro. In una lezione sul Risorgimento, parlando degli appunti dal carcere di Gramsci sulla questione meridionale e l’unità d’Italia, Fortugno aveva citato di fretta, una conferenza di Norberto Bobbio su Gramsci pubblicata dagli Editori Riuniti. Gli feci una domanda. Suonava il campanello, la lezione era finita “Domani te lo porto da casa. Secondo me ti interessa.” E andò. Saranno state 50 pagine, un fascicolo. Bobbio con la sua consueta lucidità riassume la notissima distinzione, centrale nel pensiero gramsciano, tra egemonia e dominio. Gramsci dice: per cambiare la società non ha senso cercarne il dominio se prima non si è in grado di averne l’egemonia, ossia di costruirne da dentro la cultura. Solo il lavoro culturale muove davvero il cambiamento e la lotta all’ingiustizia. Quando glielo porsi per restituirlo Fortugno disse “Tienilo, te lo regalo” Chissà magari ne aveva due copie, però io ce l’ho ancora e voglio credere che invece gli faceva piacere regalarlo a me.

Franco Fortugno è morto qualche mese fa, a 78 anni. Quello che ha dato ad ognuno di noi nessuno glielo ha ripagato. Eppure faccio fatica ad immaginare una vita più degna di essere vissuta.

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